«Io non posso non venire qui domani. Sono un sognatore; ho una vita reale talmente limitata che mi capitano momenti come questo, come adesso, tanto di rado che non posso non ripercorrere questi momenti nei miei sogni. Sognerò di voi l’;intera notte, l’intera settimana, tutto l’anno. Verrò immancabilmente qui domani, proprio qui, in questo stesso punto, proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando il giorno passato».
… dice Tatjana Kasatkina: “Il rischio per noi oggi, è un’indifferenza rispetto a questa profondità. Come la giovane Liza de “I fratelli Karamazov” si immaginava a mangiare composta di ananas di fronte alla morte di un bambino innocente, così l’uomo contemporaneo cena sereno di fronte ai drammi raccontati dai tg.”
(La lezione di Dostoevskij, il profano è fatto per l’uomo, intervista a T. Kasatkina, Giovanni Naccarella)
Andrzej Wajda (Suwałki, 6 marzo 1926 – Varsavia, 9 ottobre 2016) è stato un regista, regista teatrale e sceneggiatore polacco, considerato uno dei principali esponenti della scuola polacca di cinema.
L’uomo di ferro vinse la prestigiosa Palma d’oro al Festival del cinema di Cannes nel 1981. Quattro film di Wajda, e precisamente La terra della grande promessa (1975), Le signorine di Wilko (1979),
L’uomo di ferro (1981) e Katyń (2007), sono stati nominati come miglior film straniero agli Oscar. Nel 2000, Wajda ha ricevuto un premio onorario dalla A.M.P.A.S..
… Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra …
(F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov (vol.I), Oscar Mondadori (trad. di Nadia Cicognini e Paola Cotta), Milano 1994)
«L’Inquisitore e, con lui, gli inquisitori di ogni tempo e di ogni specie dicono di noi che, per la nostra costituzione psichica, siamo refrattari alla libertà e cosí giustificano – per il nostro bene – l’inquisizione. Per l’Inquisitore, questa è una constatazione. Per noi che leggiamo le sue parole, è una provocazione all’acquiescenza o alla resistenza. Per questo siamo messi di fronte a una scelta che presuppone un’opera di autocoscienza».
“Secondo me, non c’è nulla da distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità; ecco di dove occorre cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non capite nulla! Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio (e io credo che tale epoca, a somiglianza delle epoche geologiche, verrà un giorno), tutta la vecchia concezione cadrà da sé, senza bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l’uomo-dio. Trionfando senza posa e senza limiti della natura, mercé la sua volontà e la sua scienza, l’uomo per ciò solo proverà ad ogni istante un godimento cosí alto da tenere per lui il posto di tutte le vecchie speranze di gioie celesti. Ognuno saprà di essere per intero mortale, senza resurrezione possibile, e accoglierà la morte con tranquilla fierezza, come un dio. Per fierezza comprenderà di non dover mormorare perché la vita è solo un attimo, e amerà il fratello suo senza ricompensa. L’amore non riempirà che un attimo di vita, ma la stessa consapevolezza di questa sua fugacità ne rinforzerà altrettanto l’ardore quanto prima esso si disperdeva nelle speranze di un amore d’oltre tomba e infinito…”, e via di questo passo. Delizioso!”