
Giorgio Albertazzi

“La visione dell’uomo come epifania di Dio, in senso sia positivo sia negativo, viene descritta da Dostoevskij nei suoi personaggi: una galleria che offre una rappresentazione metafisica e religiosa del dramma umano che è la nostra vita. Tutti sono alla ricerca di verità, di vita, di felicità, di libertà; tutti danno l’idea di idee incarnate; tutti sono portatori di un messaggio. Dostoevskij li insegue, li scova nei segreti del loro animo, non di rado si immedesima in essi, rivivendo esperienze personali. Pochi scrittori «hanno saputo discendere negli abissi del cuore umano come Dostoevskij, e proprio per questo ben pochi hanno saputo dirci più di lui come l’uomo sia al centro di tutto, come sia senza fondo e senza confine la sua vita»
(F. Castelli – www.notedipastoralegiovanile.it)

FUCILAZIONE … Dostoevskij iniziò a frequentare i circoli rivoluzionari … nel 1849 venne arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l’accusa di cospirazione. Si ritenne infatti che facesse parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Dostoevskij venne condannato insieme ad altri venti imputati alla pena di morte mediante fucilazione. Era già in posizione per la propria esecuzione quando giunse un ordine dell’imperatore Nicola I che mutò la pena in quattro anni di lavori forzati. Dostoevskij partì così per la Siberia (Omsk). La dura esperienza lo segnò fisicamente e moralmente.

“L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco. Chi è assalito dai briganti, chi è sgozzato di notte spera di potersi salvare fino all’ultimo momento. Tutta quest’ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte.”
(F. Dostoevskij)

A Dostoevskij la notizia della grazia fu comunicata mentre era sul patibolo: vi era salito senza che nulla lasciasse pensare ad un atto di clemenza e questa esperienza lasciò tracce ovviamente indelebili sulla sua persona. Forse nessun altro grande scrittore come Dostoevskij ha saputo indicare con tanta felicità espressiva quale sia il vero dramma del condannato a morte.
(di Alberto Marchi, La pena di morte e Dostoevskij)

La cosa migliore sarebbe di non recitare nessuna parte, ma di mostrare il proprio volto, non è vero?
Non c’è maggiore astuzia che di mostrare il proprio volto, perché nessuno ci crede. (…) Beh, e qual è il mio proprio volto? L’aurea via di mezzo: né stupido né intelligente, abbastanza povero d’ingegno, uno che vive nelle nuvole, come dicono qui le persone di giudizio.
(Fëdor Dostoevskij, I demoni)