
“Non si può amare ciò che non si conosce.”
“Se qualcuno mi provasse che Cristo è fuori della verità, e se la verità fosse realmente fuori di Cristo ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.”

Sì, l’uomo è vasto, troppo vasto. Vorrei che fosse più stretto.
Quel che per la mente è vergogna, è bellezza e null’altro per il cuore.
da Pensieri Parole
http://www.pensieriparole.it/aforismi/filosofia/frase-233277?f=a:293

C’è una frase di Dostoevskij che mi accompagna in questi tempi, dovendo parlare del cristianesimo alle persone più diverse in Italia e all’estero: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Questa domanda suona come una sfida a ciascuno di noi. È precisamente dalla risposta ad essa che dipende la possibilità di successo della fede oggi. In un discorso del 1996, l’allora cardinale Ratzinger rispose che la fede può sperare questo «perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito». E con ciò indicava anche la condizione necessaria: che il cristianesimo ha bisogno di trovare l’uomo che vibra in ciascuno di noi per mostrare tutta la portata della sua pretesa.
(pubblicato dal Corriere della Sera il 24 dicembre 2009)

Si consigli la lettura di:
“ Il giocatore” di Fedor Dostoevskij. Si narra che il libro fu scritto da Dostoevskij in soli ventotto giorni, con l’intento di ricavare il denaro che gli era necessario per ripagare i suoi debiti di gioco. Un grande libro che avvicina alla cultura del gioco e all’atmosfera dei casinò, molto simile per certi aspetti alla nostra realtà contemporanea.
(http://www.stateofmind.it/2015/07/ilgiocatore-dostoevskij/)

Dostoevskij vede chiaramente che la domanda dell’ateo è questa: “Cosa può l’uomo? Cosa può un uomo?”. Nietzsche pensa che l’uomo avrebbe potuto essere un’altra cosa, avrebbe potuto essere di più, ma rimane in questa tappa tanto indegna. Per questo annuncia il “superuomo”, l’uomo trasformato in Dio, del tutto liberato dallo spettro divino. Dostoevskij, al contrario, intraprende un cammino alla cui fine c’è il Dio fatto uomo, il mistero dell’Incarnazione. In questo percorso, Dostoevskij ha sperimentato l’abbattimento della sofferenza universale, il fascino del male e la vertigine dell’ateismo. È arrivato a considerare quest’ultimo come il terzultimo gradino che porta alla fede, alla quale, tuttavia, non tutti arrivano. Arriva ad affermare che è attraverso la morsa del dubbio che è giunto alla fede, alla lode del Dio vivo, quello che chiama il suo “Osanna”, con la maiuscola.
(http://www.aleteia.org/it/editoriale/documenti/dostoevskij-il-profeta-dellaltra-vita-1262001)