Morto a 91 anni il filosofo René Girard

.. «I Demoni di Dostoevskij. Poi, Alla ricerca del tempo perduto di Proust». Fu una risposta senza esitazioni, ma tanto più indimenticabile per la dolcezza di voce e di sguardo con cui René Girard la pronunciò, nel suo piccolo appartamento parigino a due passi dalla Tour Eiffel, davanti a un cronista che ci mise un bel po’ a decifrare come fosse possibile che un simile monumento delle scienze umane occidentali, al termine di un’intervista, potesse rispondere con tanta naturalezza a una domanda che avrebbe fatto ridere o al contrario indisposto tanti altri: «Perdoni la facezia. Ma quali romanzi porterebbe assolutamente su un’isola deserta?»…

(http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/morto-filosofo-Ren%C3%A9-Girard.aspx)

Solamente 1/20

«Vedete: la ragione, signori, è una bella cosa, non se ne discute, ma la ragione è soltanto ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinativa dell’uomo, mentre la volontà è la manifestazione della vita intera, ossia di tutta la vita dell’uomo, ragione e sue prurigini comprese. E sebbene la nostra vita, in tale manifestazione, risulti spesso essere molto misera cosa, ma è però sempre la vita, e non già solamente un’estrazione di radice quadrata. Ed è per esempio del tutto naturale che io voglia vivere soddisfacendo a tutte le mia facoltà vitali e non alla sola facoltà raziocinativa, ossia alla ventesima forse parte sull’intera somma delle mie facoltà vitali. Che cosa sa la ragione? La ragione sa soltanto quello che le è riuscito di conoscere (e magari certe cose non le conoscerà mai […]), mentre la natura umana agisce tutta intera»

(F. M. Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, Bur, Milano 1984, pp. 48-49)

Chi legge Dostoevskij?

 

“… Come dice Hermann Hess, il vero lettore di Dostoevskij non è colui che legge per passatempo, ma colui che ha sofferto: “dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui, soli e paralizzati in mezzo allo squallore, volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta.”

(di MARIAPIA METALLO – http://www.ilsudest.it/cultura-menu/55-cultura/6190-attualita-di-dostoevskij.html)

Perchè resiste?

Il messaggio di Dostoevskij, come quello dei grandi filosofi e dei grandi tragici, acquisisce valore nel tempo, anziché perdere importanza, perché la sua sensibilità indaga gli eterni problemi dell’uomo. La sua straordinaria attenzione per la vita sociale e politica della sua epoca non rende certo anacronistico il suo messaggio, anzi lo rende vivo perché mostra gli effetti che grandi idee producono nella vita di persone comuni nella vita di tutti i giorni. La sua attualità è del resto evidente oggi: basta pensare al difficile tentativo di conciliare fede e scienza, al dibattito sulla laicità dello stato che oggi trovano ampio risalto nei nostri media. Su questi temi, lo sguardo di Dostoevskij può essere ancora illuminante e scuotere ancora le coscienze.

LA LIBERTÀ SECONDO DOSTOEVSKIJ (di Maria Russo)

http://www.filosofico.net/dostoevskij.htm

Esordire

In una lettera del 19 maggio 1877, rispondendo ad un aspirante letterato che gli aveva chiesto consigli su come costruire la propria carriera, Dostoevskij ricordava così gli esordi:

Anch’io come voi, forse sin dall’età di sedici anni, ero turbato dallo stesso pensiero, ma ero in qualche modo convinto che presto o tardi avrei fatto il mio ingresso in campo, dunque (me lo ricordo bene) non mi angustiavo troppo.

Quanto poi al posto che avrei occupato nella letteratura, esso mi era indifferente: nel mio animo ardeva un fuoco nel quale credevo, e di ciò che ne sarebbe uscito non mi curavo troppo…

(da “Dostoevskij, Tolstoj e la battaglia per la “parola nuova” di Raffaella Vassena)

Dostoevskij e Anna

Mosca, ottobre 1866. Siamo in una stanza, poco arredata, uno scrittoio e fogli sparsi dappertutto. C’è parecchio fumo, non va mai via. Si sente il ticchettio di una macchina da scrivere. Una donna e un uomo.

Lei, Anna, una giovane segretaria assunta da poco come stenografa. Lui, Fedor, fuma una sigaretta dietro l’altra, consuma le assi del pavimento. Parla ad alta voce, detta il suo nuovo romanzo. Quelle parole diventeranno “Il Giocatore”. Nell’ottobre del 1866 Dostoevskij è già considerato un genio, ma questo non lo sottrae alle dinamiche perverse dell’editoria. Ha firmato un brutto contratto, gli servivano subito i soldi: ha un vizio, il genio. Gioca d’azzardo. E attraverso questo romanzo, dettato a quella che diventerà la sua Anna, sua moglie, cerca l’espiazione: naturalmente laica, letteraria. Sì, la sua Anna. Di cognome fa Snitkina, ha venticinque anni in meno di Dostoevskij e da quell’autunno in poi diventerà l’ombra dello scrittore, il suo punto di riferimento, l’unico contatto con il mondo di cui Fedor si fiderà sempre. E parte sempre da quell’autunno “Dostoevskij, mio marito” le memorie di Anna, da poco edite in Italia da Castelvecchi.

Quattordici anni, quattro figli, sei romanzi raccontati in prima persona. Dal 1866, appunto, fino al giorno della morte dello scrittore. Un resoconto privato che Anna scelse di far diventare pubblico per un solo motivo: salvaguardare la memoria del marito …

(http://it.rbth.com/cultura/2014/07/28/mio_marito_fedor_dostoevskij_32103)