… una sera in Abruzzo, gli ho sentito dire un’altra cosa. Quando il giornalista gli chiede “perché non fa più film, maestro?”, Scola risponde: “Perché ho scoperto che Dostoevskij ha scritto tantissimo …
… Ci sono parole che galleggiano un palmo sopra la schiuma putrida delle chiacchiere. E Scola, tra una parola e un pernacchio, ti dice che non vale la pena mettersi a combattere per strappare un’ultima pellicola alla propria storia, per aggiungere un pezzetto di racconto a un racconto già abbondantemente raccontato. Meglio sedersi in poltrona e rileggere le parole che sono arrivate vive attraverso il cimitero della letteratura che seppellisce libri e scrittori ogni giorno.
Secondo me, non c’è nulla da distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità; ecco di dove occorre cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non capite nulla! Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio (e io credo che tale epoca, a somiglianza delle epoche geologiche, verrà un giorno), tutta la vecchia concezione cadrà da sé, senza bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l’uomo-dio. Trionfando senza posa e senza limiti della natura, mercé la sua volontà e la sua scienza, l’uomo per ciò solo proverà ad ogni istante un godimento cosí alto da tenere per lui il posto di tutte le vecchie speranze di gioie celesti. Ognuno saprà di essere per intero mortale, senza resurrezione possibile, e accoglierà la morte con tranquilla fierezza, come un dio. Per fierezza comprenderà di non dover mormorare perché la vita è solo un attimo, e amerà il fratello suo senza ricompensa. L’amore non riempirà che un attimo di vita, ma la stessa consapevolezza di questa sua fugacità ne rinforzerà altrettanto l’ardore quanto prima esso si disperdeva nelle speranze di un amore d’oltre tomba e infinito…”, e via di questo passo. Delizioso!
(F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano)
… È così che il grande Inquisitore risponde a Gesù Cristo, ritornato sulla terra, nella grande opera di Dostoevskij: «Tu hai dato a noi il diritto di legare e di sciogliere, e ora non puoi pensare di riprendertelo.
Perché dunque sei venuto a disturbarci?». Si arriva al paradosso per cui la trascendenza divina ostacola il potere spirituale costituito e il suo dominio coercitivo sugli altri uomini. L’istituzione diventa totale, immanente, fine a se stessa, mettendo in dubbio non solo la venuta di Cristo, ma anche la libertà dell’uomo.
(“Il potere che frena” M. Cacciari, edito da Adelphi)
… Dostoevskij non ha visto Auschwitz. Eppure il silenzio e il “piccolo testamento” sacro che propone non come soluzione ma come espiazione di fronte alla sofferenza dei bambini sono gli stessi che avrebbero permesso di non far precipitare Auschwitz nell’oblio, ma di inciderlo nella memoria (anche se “quel che resta del fuoco” è la cenere). Che sia questa la vera libertà, l’autentica cura alla ferita che pure non si cancella? Una fiamma che non si spegne, neppure nel gelo della Siberia. Ed è proprio grazie al contrasto con un crudo e spietato manto di niente che quella luce ha ancora più valore e grandezza.