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Dostoevskij

Dostoevskij, un demone per mito …

 

Ma perche’ oggi c’ interessa tanto la figura dell’ autore di “Delitto e castigo”?

Titolo: Dostoevskij, un demone per mito

Strada: “Affascina la sua liberta’ spirituale”

Baldacci: “Un Dio lacerato” .

Ci si attende di trovare un dio e si tocca un uomo malato, povero, sempre sofferente…” scriveva nel 1908 Andre’ Gide, preparando con inimitabile tocco di grazia l’ incontro con l’ autore di “Delitto e castigo”. Il tempo, anziche’ allontanarlo, ha avvicinato alla sensibilita’ , al gusto moderni questo artista minato da una salute cagionevole, dal vizio del gioco, dagli eccessi d’ un temperamento unico e inimitabile. Tanto e’ vero che Dostoevskij da scrittore “mito” sta adesso diventando personaggio mitizzato in biografie e racconti anche fantastici….

(http://archiviostorico.corriere.it/1994/aprile/11/Dostoevskij_demone_per_mito_co_0_9404113395.shtml)

Dostoevskij Manicheo?

… di Dostoevskij si è ammirata e si ammira questa tensione, quasi manichea, di lotta tra il Bene e il Male; affascina l’apologo del Grande Inquisitore e la sua sottile e beffarda consapevolezza dei limiti dell’uomo:

«Ti giuro, l’uomo è stato creato più debole e più vile di quanto tu pensassi! Può forse eguagliarti in ciò che hai fatto? Stimandolo tanto, hai agito come se cessassi di averne compassione perché troppo hai preteso da lui, e chi ha fatto questo: Colui che l’amava più di se stesso!

Se lo avessi stimato di meno, avresti preteso anche meno da lui, perché più lieve sarebbe stato il suo fardello»; e ancora, nella stessa requisitoria di Ivan:

«Bramavi un amore libero e non il servile fervore di uno schiavo dinanzi al potente che l’atterrisce per sempre. Ma anche qui tu hai tenuto troppo in conto gli uomini poiché essi sono di certo degli schiavi»…

(http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Dostoevskij-inutile-forza-degli-umili.aspx)

Quale Bellezza?

E’ la domanda che Dostoevskij, nel suo romanzo L’idiota, pone sulle labbra dell’ateo Ippolit al principe Myskin.

“E’ vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la ‘bellezza’?

Signori – gridò forte a tutti – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza…

Quale bellezza salverà il mondo?”.

Il principe non risponde alla domanda (come un giorno Gesù davanti a Pilato non aveva risposto che con la Sua presenza alla domanda

“Che cos’è la verità?”: Giovanni 19,38).

Sembrerebbe quasi che il silenzio di Myskin – che sta accanto con infinita compassione d’amore al giovane che sta morendo di tisi a diciotto anni – voglia dire che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore …

(http://www.vieniavedere.it/bellezza.htm)

Dostoevskij. Il sacro nel profano

Dostoevskij
IL SACRO NEL PROFANO
Tatjana Kasatkina
Edizione BUR – saggi

 

Esiste, nell’opera di Dostoevskij, un filo conduttore che lega indissolubilmente il grande autore russo al cristianesimo: seguire questo percorso attraverso i suoi romanzi consente di chiarirne, come mai prima, il complesso rapporto con la spiritualità, la ricerca morale, la storia. Dostoevskij intesseva la propria scrittura di puntuali riferimenti a passaggi della Bibbia e costruzioni di scene che riproducevano, nell’impostazione, alcuni grandi capolavori della pittura sacra. Per lo scrittore si trattava di aperte citazioni, che i suoi contemporanei potevano cogliere in modo immediato. Ma le mille interpretazioni dei suoi testi, così come la rimozione della cultura cristiana dalla vita politica russa, hanno sepolto negli anni elementi che Tat’jana Kasatkina, una delle più importanti studiose di Dostoevskij, ha ritrovato e messo in luce in modo inequivocabile. Il risultato è un ritratto inedito e illuminante di opere fondamentali della letteratura di tutti i tempi, che rivela una delle più tormentate e affascinanti ricerche spirituali della modernità.

Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovich Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza.
Dostoevskij mi cambiò. “L’idiota”, “I demoni”, “I fratelli Karamazov”, “Il giocatore”. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij.

Volevo scrivere…

(John Fante, La confraternita dell’uva, Einaudi)

Manzoni e Dostoevskij – peccato e misericordia

… mi limito a qualche riflessione sul tentativo più tragico, più disperato che l’uomo abbia mai compiuto di vivere senza il perdono di Dio: la negazione del male morale. È un tentativo che è andato di pari passo con la negazione [dell’esistenza] di Dio. Intendo dire di un Dio coinvolto nel destino della persona umana.

Ciò non è avvenuto per caso. La negazione di Dio non ha coinciso casualmente con la negazione del male morale. I due, esistenza del male morale nell’uomo ed esistenza di Dio, stanno o cadono insieme. Nessuno come Dostoevskij ci ha fatto riflettere su questo,
soprattutto in due grandiosi romanzi, Delitto e castigo e I fratelli Karamazov. «Se Dio non esiste tutto è permesso»: il frutto della negazione di Dio per il vero ateo è la liberazione da ogni legge morale. Ma cosa accade in uomini come Raskolnikov o come
Ivan Karamazov? Vengono distrutti, alla fine, dal delitto che hanno compiuto.

Elimina Dio dalla vita e la voce della coscienza si farà sempre meno imperiosa. Non sono certo la società e lo Stato ad impegnare la coscienza dell’uomo, a «legare» la sua libertà.

È il cuore del dramma dell’uomo di oggi. Ma c’è qualcosa nell’uomo che ha peccato che gli impedisce alla fine di accontentarsi dei vari surrogati al perdono di Dio. È il trovarsi con se stesso, con un se stesso divorato dalla potenza distruttiva del rimorso. Il castigo che segue al peccato – come hanno ben visto Manzoni e Dostoevskij – «precede la condanna di ogni tribunale ed è più terribile di ogni condanna. È questo “castigo” la prova di Dio. Il peccatore può non riconoscere Dio nel suo castigo, ma se l’uomo non può impunemente offendere la legge, senza che il delitto ricada su di lui, la distruzione psicologica che segue al delitto
afferma ugualmente la “divinità della legge”»

(Divo Barsotti, Dostoevskij. La passione per Cristo, ed. Messaggero di Padova).

© http://www.tempi.it/ – 19 novembre 2010